Il documentario “Inside Italy’s Designer Sweatshops”, prodotto da Al Jazeera e diretto da Lynn Lee e James Leong, ha rintracciato la fabbrica in cui la produzione delle lussuose borse Montblanc è stata delocalizzata dopo lo stop delle commesse alla Z Production e alla Eurotaglio per scappare dalla sindacalizzazione dei lavoratori.
Grazie a uno straordinario e coraggioso lavoro investigativo dei giornalisti, il documentario fa emergere le condizioni di lavoro a cui sono stati sottoposti lavoratori e lavoratrici per anni. Condizioni ancora peggiori di quelle contro cui avevano lottato negli scorsi anni i colleghi della Z Production.
Capita che ci siano verità tanto evidenti quanto difficilmente documentabili.
Così è stato in questi undici mesi per la vertenza Montblanc.bDa undici mesi denunciamo una verità evidente: la Montblanc ha abbandonato lo stabilimento Z Production ed Eurotaglio di Campi Bisenzio, perché la sindacalizzazione degli operai aveva imposto al brand il rispetto del CCNL ed la fine dello sfruttamento selvaggio che per anni quegli stessi operai avevano subito.
Per sfuggire all’aumento dei costi di produzione – e mantenere il massimo risparmio per il massimo profitto – il brand ha messo in atto una delocalizzazione “sotto casa”, spostando le commesse in un altro dei tanti capannoni del super-sfruttamento nella provincia di Firenze.
Come facevamo a dirlo? Era chiaro, perché lo stabilimento non aveva mai avuto problemi di commesse fino a quando i lavoratori erano costretti a lavorare 84 ore la settimana, nella più completa assenza di diritti. Quello stesso stabilimento si era svuotato proprio dal momento in cui i lavoratori avevano iniziato a lavorare 40 ore la settimana e a godere dei diritti previsti dal CCNL.
Per undici mesi ci siamo presi la responsabilità di affermare questa verità, esponendoci a querele che – chissà perché – non sono mai arrivate.
“Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, tre indizi sono una prova”. La tempistica della chiusura delle commesse che coincide con la firma degli accordi sindacali; il rifiuto del brand a chiarire dove le commesse fossero state spostate (alla faccia della tanto decantata “trasparenza della filiera”); la scientificità con cui fin dal primo momento Montblanc ha utilizzato i flussi di commesse come pistole puntate contro la sindacalizzazione; la scelta di abbandonare, nel cambio di appalto, professionalità costruite con un’esperienza pluriennale di lavoro. Tutto puntava lì, senza ombra di dubbio.
A questa verità si è contrapposta una spudorata menzogna: il gruppo Richemont, proprietario del marchio, ha affermato di aver abbandonato lo stabilimento di Campi Bisenzio perché la Z Production non era conforme al codice etico del brand. Capita, come in questo caso, che a verità così evidenti e difficilmente documentabili si contrappongano menzogne supportate da documenti ufficiali. Capita soprattutto quando ad occultare la verità e a confezionare la menzogna sono le stesse mani. Ci hanno provato, ma hanno fallito: il Re è nudo. Il fondo finanziario è smascherato. E lo è anche la sfacciata ipocrisia dell’immagine “etica” e “sostenibile” del brand.
Turni di dodici ore, assenza di diritti e finti contratti part-time per evadere al massimo tasse e contributi, assenza di ogni minimo dispositivo di sicurezza. La Richemont ha abbandonato la Z Production ed Eurotaglio esattamente nel momento in cui questo sistema era stato messo in discussione da due accordi sindacali.
Lo stop alle commesse a Campi Bisenzio non è arrivato perché in fabbrica c’era lo sfruttamento, ma perché con la sindacalizzazione lo sfruttamento in fabbrica non poteva più esistere. Lo stop è arrivato a due settimane esatte di distanza da due accordi sindacali che regolarizzavano contratti e orari di lavoro.
È lo stesso documentario a spiegare che le commesse Montblanc “sono arrivate tutte all’improvviso” all’opificio di Sesto Fiorentino. Il nesso con la delocalizzazione della produzione fino a poco prima affidata allo stabilimento Z Production ed Eurotaglio è evidente.
Cinque chilometri. È questa la distanza tra lo stabilimento di Campi Bisenzio e l’opificio scovato da Al Jazeera nel Comune di Sesto Fiorentino. Ecco cosa è una “delocalizzazione sotto casa”. I grandi brand della moda alla ricerca del massimo profitto non hanno bisogno di portare produzioni in Cina o in Bangladesh. La piana tra Firenze e Prato offre a loro illimitate possibilità di sfruttamento della manodopera. Alla Regione Toscana, ai Comuni, a tutte le Istituzioni locali chiediamo: va bene così?
La delocalizzazione in questo caso non è servita soltanto a mantenere bassi i costi di produzione, ma anche a trasformare una filiera produttiva già opaca e precaria in una filiera sempre più invisibile e frammentata. È facile intuire dal documentario che la Z Production è stata sostituita da un sistema ancora più ingarbugliato e difficilmente ricostruibile di appalti e sub-appalti, e che le commesse che prima erano in un unico stabilimento sono state disperse in un numero indefinibile di piccoli opifici. Peggiorando ancora di più le condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici. Le loro vite non sono più appese a un “contratto di fornitura di lavorazioni” (privo di vincoli per il brand), come era nel caso della Z Production, ma semplicemente a dei messaggi Whatsapp attraverso cui gli opifici ricevono le commesse di lavoro da ditte intermediarie italiane.
“Lo sfruttamento dei lavoratori e delle lavoratrici – dichiara Deborah Lucchetti, Coordinatrice nazionale Campagna Abiti Puliti – non riguarda solo il settore del fast fashion ma anche il comparto del lusso che ricorre allo stesso sistema. Noi della Campagna Abiti Puliti lo denunciamo oramai da mesi. Sono i loro i brand del lusso che determinano le condizioni alle quali i fornitori lavorano. I prezzi sono così bassi e le condizioni così sfavorevoli che costringono i fornitori a ricorrere al subappalto, cioè a terzisti e piccole imprese che possono consentirgli di produrre quel prodotto, che sia di abbigliamento o di pelletteria, ai costi più bassi possibili, violando i diritti dei lavoratori e gli obblighi di legge”.
Lo sfruttamento nelle filiere della moda, come abbiamo più volte detto, non è un “incidente sfuggito ai controlli dei brand”, ma un fatto matematico, calcolato nei minimi dettagli, e prodotto da appalti e commesse costruite sul sacro principio del massimo ribasso del costo del lavoro. In questo sistema le “ditte cinesi” rappresentano l’ultimo anello della catena, la parte terminale di un intero sistema al cui vertice troviamo, come nel caso della Richemont, colossi finanziari multinazionali.
